In questi giorni in cui il presdelcons continua con le sue sparate (involontariamente) comiche*, sento un senso di nausea sempre più preoccupante. E non sono incinta. Il fatto è che (per diletto) ho letto un libro di Marco Travaglio, "La scomparsa dei fatti", un libriccino di circa 150 pagine che consiglio di leggere a chiunque voglia saperne di più sulle querele che si è beccato il giornalista torinese o sulle tresche di diversi politici, giornalisti e presentatori televisivi italiani. Sarebbe un bel libro se non lasciasse un retrogusto di incazzatura. Perchè dopo averlo letto vien voglia di prendere i suddetti politici-giornalisti per il bavero della giacca e riempirli di ceffoni, tanto è il disgusto che provocano con i loro intrallazzi.
Parallelamente a tutto questo, mi sono sorbita un paio di testi universitari sul giornalismo americano e sul discorso pubblico. E alla luce di questi libri, la differenza tra giornalismo planetario e giornalismo italiano è ancora più evidente. Anche se negli ultimi anni c'è stato un appiattimento delle notizie sulla falsariga delle veline di partito anche negli states... Praticamente, dalla caduta del muro in poi, noi occidentali pseudo-democratici abbiamo deciso di metterci il bavaglio da soli, allineando le notizie (televisive, ma non solo) su quello che ci consigliano i vari partiti al governo. A titolo di esempio, vengono riportate varie notizie sulla guerra in Iraq, sulle armi di distruzione di massa, sulle solite storielle rimescolate mille volte che ci siamo ascoltati in questi ultimi anni ad ogni benedetto TG. E fin qui niente di nuovo. Quello che di più mi sconvolge, è che il vero giornalismo - quello di Cronkite, ad esempio, o di Woodward e Bernstein - sembra destinato all'estinzione (salvo qualche eccezione).
Per una persona come me, che da un paio d'anni scrive su una rivista di informatica, esclusivamente per poter un giorno arrivare al limite minimo di articoli da presentare al circolo della stampa, sperando di essere ammessa all'ordine, è un duro colpo. Voglio dire, 'ste cose le sapevo già prima, ma essere messa davanti a questi fatti, ecco, mi ha fatto un po' crollare il castello in aria... Ne avevo già scritto in un post precedente, ma stavolta è più dura...
Mi sa che mi conviene concentrarmi sulla mia tesi, prepararmi sull'esame di politica estera americana e ingozzarmi di brioches integrali zeppe di marmellata ai frutti di bosco.
(Che, tra l'altro, è veramente interessante. La politica estera americana e la politica del contenimento, intendo. Non le brioches. Beh, anche quelle, ma in un altro senso.)
E questo è quanto. - W. Cronkite
* tipo questa
Piccolo estratto dal libro di Travaglio:
Le parole. Dicevamo delle parole e del loro significato distorto, svuotato, geneticamente modificato. Come possiamo vivere insieme e sentirci comunità se non abbiamo più nemmeno un linguaggio comune? Da anni, ormai, chiamiamo «esule» il latitante Craxi. Chiamiamo «assolti» (cioè innocenti) i prescritti (cioè i colpevoli che la fanno franca). Chiamiamo «presunte tangenti» anche quelle consacrate da sentenze definitive di condanna. E «processi politici» i processi ai politici accusati di delitti comuni come la corruzione e la concussione. E «giustizialisti» (come i seguaci di Juan Domingo Perón) coloro che chiedono semplicemente giustizia, certezza della pena e una legge uguale per tutti, cioè i veri garantisti (cose che capitano in un paese che confonde Cesare Beccaria con Cesare Previti). Chi difende l’indipendenza della magistratura dal potere politico, invece, è chiamato «giacobino», anche se i giacobini teorizzavano la sudditanza della magistratura al potere politico, mentre chi chiedeva magistrati indipendenti erano semmai i girondini.
Chiamiamo «riformisti» strani personaggi che non hanno mai fatto né proposto uno straccio di riforma, ma in compenso predicano eternamente il dialogo, anzi l’inciucio con Berlusconi, e non si capisce che c’entri tutto questo col riformismo. Invece Rosi Bindi, autrice di una delle pochissime riforme degne di questo nome degli ultimi dieci anni, quella della sanità, passa per un’antiriformista «estremista» e «radicale». E così altri due riformisti ultramoderati, ma intransigenti, come Nanni Moretti e Giorgio Cofferati.
In compenso Berlusconi e Bossi, cioè gli estremisti più autoritari ed eversivi mai visti in una democrazia, rappresentano il polo «moderato» e «liberale».
Chiamiamo «demonizzatori» o «apocalittici» quanti hanno descritto e denunciato, insieme a tutto il mondo libero, il conflitto d’interessi illiberale del Cavaliere, il suo abuso delle televisioni, le sue censure di regime e le sue leggi d’impunità su misura: la semplice descrizione quotidiana delle mostruosità del quinquennio 2001-2006 è divenuta «antiberlusconismo», allarmando chi pensa che l’informazione e la satira debbano «moderare i toni» e l’opposizione non debba opporsi troppo. Si sono persino inventate categorie sconosciute in qualunque altro paese, con luoghi comuni e frasi fatte utili a squalificare in partenza chiunque chiami le cose con il loro nome: chi chiedeva l’intervento del Quirinale, supremo garante della Costituzione, contro le continue violazioni costituzionali, veniva accusato di «tirare per la giacchetta il capo dello Stato». E chi, da posizioni liberali, o cattoliche, o azioniste, o socialdemocratiche restava coerente con se stesso e teneva la schiena dritta senz’accettare i continui fatti compiuti, veniva ipso facto annesso alla «sinistra radicale» dell’«estremismo» e del «massimalismo».
Ora, poi, chiamiamo «girotondi» le manifestazioni organizzate dai partiti del centrodestra contro il governo Prodi e a favore di sua maestà Berlusconi, mentre i girotondi erano movimenti spontanei e autorganizzati della società civile, al di fuori dei partiti, contro un governo che sgovernava e un’opposizione che non si opponeva.
Chiamiamo «genitori adottivi» i coniugi di Cogoleto che hanno rapito e subornato Maria, la bambina bielorussa loro affidata per un breve soggiorno estivo in Italia (che non è nemmeno un “affido”, ma un semplice “percorso di accoglienza” temporaneo). […] Ma come possiamo raccontare i fatti, se non siamo più d’accordo con le parole?
(Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti, il Saggiatore 2006, pp. 246-8)
Passeggiando sotto i cieli di Gaza, può capitare di restare colpiti da una bomba.
Ora, secondo me, già solo questo fatto, nell'anno in cui siamo, mi sembra un tantino folle. Ma transeat... Perchè in fin dei conti sono sessant'anni che laggiù si combatte, si tirano bombe, si abbattono case, si sradicano ulivi, ci si imbottisce di esplosivo per farsi saltare allegramente in aria in un bar, eccetera. Quello che secondo me è veramente folle, è che il resto del mondo rimane a rimirare gli aquiloni. E non quelli del racconto di Khaled Hosseini, ma quelli veri, quelli che svettano nei nostri limpidi cieli azzurri d'europa, ormai sgomberi da cacciabombardieri da parecchi lustri, almeno da quando quei cattivoni dei crucchi si son arresi alla democrazia anglo-americana.
In Europa noi dovremmo sapere, se non dai libri di scuola, quantomeno dai racconti di nonni e genitori, che le guerre non sono proprio una cosa bella. Tralasciando tutti i morti e i feriti sparsi in giro, ci sono anche cose tipo campi di concentramento, pulizie etniche, spioni e collaborazionisti, giustizia sommaria, gas tossici, fili spinati, case abbattute, fosforo bianco. Sono solo parole, ma in queste si racchiude tutto l'orrore del mondo (Remarque). Beh, non mi sembra che le cose che accadono in questi giorni in Palestina siano molto diverse da quelle che accaddero a Dresda in un giorno di febbraio, quando la popolazione civile venne arsa da un bel bombardamento con bombe incendiarie.
Il mondo inorridisce al ricordo di cose di sessant'anni fa, ma volge lo sguardo altrove quando vede immagini della guerra israeliano-palestinese. Non è bizzarro?
Ho letto in questi giorni di una petizione per aprire un'inchiesta su eventuali crimini di guerra perpetrati da Israele a Gaza. Notate bene che è un'inchiesta, non un processo, per eventualmente provare qualcosa che è successo. Poichè secondo me chi commette crimini di guerra, genocidio, crimini contro i diritti umani deve essere punito (non è questo che ci insegna Norimberga?) ho ben pensato di firmare la petizione e di inoltrarla ad alcuni colleghi.
Dopo una mezz'oretta sono stata accusata di essere antisemita (!) e mi è stato detto che nessuno ha mai condannato i palestinesi per quello che hanno fatto ad Israele. In un primo momento sono rimasta delusa dall'ottusità del mio interlocutore, poi, quando questi ha continuato, sono stata presa dalla rabbia che prende qualsiasi persona che studia storia davanti ad un negazionista. Perchè mi è stato detto "Israele non ha colpito alcuna scuola, e comunque hanno il diritto di difendersi".
Un giorno un tizio ha detto che non si deve mai mettersi a discutere con un idiota, perchè gli altri potrebbero non notare la differenza, quindi ho sorriso e sono venuta qui. E qua rispondo a tutti coloro che la pensano come il mio collega:
Chiunque ha il diritto di difendersi, quando viene aggredito. Qualsiasi essere umano, qualsiasi stato, qualsiasi comunità. Ma la libertà di un individuo finisce dove inizia la libertà di un altro individuo. Affamare una città, bloccare gli aiuti umanitari, umiliarne il popolo non è difendersi. Bombardare una scuola dell'Onu non rientra in alcun tipo di difesa. Uccidere dei bambini in una scuola con la scusa di temere per la propria sicurezza, non è difesa. Ammazzare una dimostrante straniera che sta semplicemente seduta davanti ad un edificio passandole sopra con una scavatrice non è difendersi. Scatenare una crisi umanitaria e utilizzare il fosforo bianco (o nuove armi) per bombardare una città abitata da civili non è difendersi.
E queste azioni devono essere punite, affinchè non vengano ripetute.
Juni è in stand-by.
Le ore libere le passa su internet, cercando notizie, video e altro materiale per la sua tesi di laurea. La tesi è ancora lontana, ma ha deciso di anticipare la raccolta perchè anche se un anno sembra lungo, in realtà il tempo non è poi tantissimo...
Quindi un saluto a tutti, e se volete mandarmi link, video, articoli che mi possono essere utili alla tesi, vi ringrazio in anticipo.
Ah, si, il titolo della tesi (ancora provvisorio) è "la memora storica collettiva nell'era di internet", ovvero come le masse interpretano quello che succede nel mondo, e come internet modifica questa percezione, con particolari riferimenti all'occupazione americana dell'Iraq, dell'Afghanistan, Russia-Georgia (la guerra, non la partita a calcio), Israele-Palestina, Serbia-Kosovo, Ex-Yugoslavia, Falluja, notizie vecchie riportate su internet dopo anni e anni, filmati, video, articoli, libri on line, siti, eccetera...
NB
Per quanto riguarda i fatti più recenti, la frase "Israele ha il diritto di difendersi" non verrà in alcun modo presa in considerazione, in quanto la mia tesi vuole essere uno studio serio.